Emozioni, tra ghiaccio e fuoco

Nella favola di FROZEN si racconta di Elsa, una bella principessa, con un grande potere. Ha mani che creano forme con il ghiaccio, trasformano bianchi fiocchi in sculture di cristallo e neve.
Quando però un’emozione la invade forte, tutto sfugge al suo controllo: il suo tocco diventa saetta gelata, che fredda congela ogni cosa. Come dentro una tempesta emotiva, schegge ghiacciate spezzano l’aria, trafiggendo alla rinfusa tutto ciò che le sta attorno.
Elsa si sente pericolosa, portatrice di morte e devastazione; ogni suo sentire sembra provocare danno, dev’essere bloccato, rinchiuso, disinnescato. Così decide di fuggire via, lontana da tutto ciò a cui tiene, per non doverlo rovinare. Costruisce la sua reggia di ghiaccio, una gabbia per emozioni dirompenti, perché rimangano al sicuro, senza più poter far male.

Le emozioni sono tinte, che colorano la vita.
Donano sfumature alla realtà esterna e intensità al nostro mondo interno; creano chiaroscuri, aggiungono profondità, ombreggiano, sottolineano, calcano, attenuano.
Nel distribuire i loro tocchi di colore smuovono e scombinano: vivacizzano, mettono in disordine, intricano, a volte intralciano, sicuramente complicano.
Possono avere toni troppo caldi, che come capsule infuocate scoppiano tra le mani e scottano.
Possono avere tinte troppo cupe, che vestono il mondo di nero, spegnendo ogni sorriso.
Le sentiamo muoversi dentro, toccare i nostri organi, farli sussultare: il cuore rimbomba, il respiro accelera, la gola si secca, le mani scivolano. A volte c’è un “troppo” che sfugge e fa inciampare; toglie la voce quando è ora di parlare, blocca i passi quando sarebbe meglio andare, annebbia la mente quando è il momento di pensare. Si avrebbe così voglia di far ritorno al proprio centro, bloccare un’ondata aliena che sembra invadere da fuori e invece possiede da dentro.
Soffocare, comprimere, pressare, rinchiudere. È col rigido controllo che Elsa prova a gestire gli scoppiettanti guizzi della sua affettività. Castelli di ghiaccio remoti e irraggiungibili, fortezze di pietra fredde e inespugnabili, nella loro compattezza calcarea tutto bloccano e nulla fan fluire. Le emozioni vanno tenute lontano da ciò che è esposto e può essere colpito, da ciò che è vivo e può essere ferito.
Con la repressione si ottiene il controllo, ma è solo nella relazione che “si impara” il contenimento. È la magia di quando un’emozione forte, magari anche scomposta, esce da noi per incontrare un altro. Qualcuno capace di abbracciarla per un attimo, tenersela lì un po’, senza troppo vacillare, senza farsene devastare. E che magari sa accompagnare la nostra “scossa interna” con parole che placano o con gesti che arginano: un tocco delicato, una stretta salda, uno sguardo commosso, una voce che racconta, una canzone che culla, un silenzio che è presenza. Qualcosa che sembra dire: “è proprio forte ciò che senti; una tempesta ti travolge. È nata lì, da quel nuvolone, si è scatenata tutta attorno, ti ha bagnato ed infangato, ma sei ancora qui. Dolorante ed ammaccato, ma comunque tutto intero, e io vicino a te. Ci possiamo guardare, proviamo a raccontare, cercheremo di capire”.
Sono braccia dalla presa dolce e ferma, come quelle di una mamma “buona”, che col suo bambino attraversa una bufera di emozioni, per lui ancora sconosciute. Sarà lei a raccontargliele, perché l’estraneità non resti gelo e l’intensità non diventi sasso, un macigno che non si sgretola e resta lì incastrato. “Lo so piccolino, hai paura. Il buio è spaventoso… il suo nero sembra nascondere qualcosa, inghiotte, fa sentire soli. Ma ora sono qua, non devi più temere, vedrai che passerà”.
Anche da adulti ci si può sentire così: piccoli, in una stanza buia, sopraffatti da ciò che sale dentro. E ancora incontrare quella presa, che tiene assieme come colla e segnala come faro. Le emozioni vorticose non sbattono contro pareti di duro ghiaccio, amplificate ad ogni colpo, restituite più acute di prima, più brute di prima. Vengono accolte da muri di ovatta, che in parte assorbono e in parte danno indietro, ma in modo un po’ diverso, più morbido da incontrare, più facile da capire.
L’altro ci presta le sue mani, capaci di prendere ciò che da noi trabocca, e ci presta la sua mente, capace di pensare ciò che per noi è solo caos. Dà un nome ed una forma: cos’è, da dove viene, perché. Traccia un segno che è contorno ed è cornice, dentro cui può scatenarsi il nostro “dipinto di emozioni”. Siano esse felici o tristi, arrabbiate o spaventate, ora hanno uno spazio per essere e un confine per fermarsi. È una funzione che in quel momento noi non possediamo: non ci è stata ancora passata o per un attimo l’abbiamo dimenticata; l’altro è lì e ce la presta, ci fa un dono prezioso, quasi una magia: un “super potere” che contiene, un “super potere” che trasforma.
Ciò che oggi ci è stato dato in prestito, può pian piano essere fatto nostro, penetrarci dentro, diventare parte di ciò che siamo. Così che, anche in solitudine, saremo più capaci di sentire senza andare in frantumi o mandare in pezzi ciò che ci circonda.
Solo in questo modo Elsa potrà uscire dalla sua prigione di ghiaccio e far ritorno nel suo regno. Ora conosce meglio il suo potere, lo può usare anche vicino a chi ama, lasciandolo libero di decorare il mondo.

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