Il lutto
Non tutto ciò che arriva ad una fine è destinato a scomparire. Che si tratti di separazione, della fine di un rapporto importante o della morte di una persona cara o di un animale a cui si era molto legati, ci troviamo di fronte ad un processo psicologico doloroso che si attiva per gestire le percezioni legate alla perdita. I vissuti che ne conseguono possono essere tristezza, rabbia, colpa, senso di vuoto, di stordimento, ansia, angoscia, pensieri ricorrenti, difficoltà di concentrazione, ma anche congelamento e freddezza che cercano di annullare il dolore. Si possono, inoltre, attivare anche reazioni fisiche come insonnia, calo o aumento dell’appetito, nausea, mal di testa, dolori muscolari, stanchezza, peso al petto.
In base alla storia di vita di una persona e in base al suo funzionamento, ogni persona vive il lutto in modo personale.
Una persona che vive un lutto non perde semplicemente una presenza nella sua vita, ma anche una parte di sé. È necessario, in tal senso, ricreare un nuovo equilibrio non solo interno, ma anche nelle relazioni significative e nella sua relazione con il mondo, che rischia di svuotarsi di senso poiché, se l’essere amato non c’è più, il mondo condiviso con quell’essere non è più lo stesso di prima.
L’amore all’interno del legame
Quando tra due esseri viventi è circolato un grande amore, autentico e profondo, rimangono delle tracce dell’essere stati importanti l’uno per l’altro. Quanto riusciamo a riconoscere che il posto che l’altro ha avuto dentro di noi resta e non è sostituibile? Il bene che c’è stato continua ad esserci nel riconoscimento del valore che possiamo continuare ad attribuire all’altro, anche quando non è più con noi. Le persone se ne vanno dalla nostra vita, ma non dal posto profondo in cui le abbiamo incontrate e conosciute e in cui continuano a restare tracce dell’incontro. Come integrare, però, ciò che di buono c’è stato, ciò che l’altro ha lasciato, con la dimensione tenace del dolore della perdita? Il dolore per il lutto è come una ferita che sappiamo che non potrà mai guarire del tutto; resta lì ma non ci impedisce di muoverci, di vivere e di crescere. Da qui nasce la gratitudine. Massimo Recalacati descrive una forma di nostalgia, paragonandola alla luce delle stelle morte: una luce che ci raggiunge da un corpo che non c’è più, ma che continua a splendere. Spiega infatti Recalcati che quel dolore è una memoria che non spegne, ma che accende; è un dolore che non distrugge, ma trasforma; è un passato che non trattiene, ma invita ad andare avanti.
Dare uno spazio al dolore
Il lavoro di psicoterapia può aiutare, quindi, non ad eliminare il dolore, bensì a dargli una casa. In tal modo esso può avere dei confini e dei limiti e non dilaga inondando tutti gli spazi della vita di una persona che si ritrova in balia tra il sorriso ed il pianto, tra il desiderio di vita e la colpa legata a tale desiderio, tra il lasciare andare e il trattenere. Appare un blocco, un’impossibilità di scegliere tra i due poli descritti. In altri casi, nelle situazioni di evitamento o negazione, dare una casa al dolore significa legittimarlo e riconoscerlo.
Quando un lutto non è elaborato, la separazione dalla persona cara viene rifiutata a livello inconscio, bloccando la possibilità di essere simbolizzata perché si resta imbrigliati nell’assenza dell’altro o nel desiderio impossibile di poter tornare insieme, di riavere accanto a sé la persona che è venuta a mancare. Il vuoto viene colmato di rimpianti o di malinconia disperata, il tempo è sospeso. Nulla cambia nei pensieri, nei vissuti della persona che vive il lutto e talvolta anche negli spazi della casa che erano stati abitati dalla persona cara.
C’è la convinzione che lasciando andare la tristezza si neghino l’importanza che la persona cara ha avuto e l’amore che è circolato nella relazione. Diventa così fondamentale poter dare una collocazione alla tristezza, al dolore, allo sconforto. Nell’albo illustrato “Un rifugio dentro di me” di A. Booth e D. Litchfield, si accoglie la tristezza, le si lascia spazio di movimento, le si permette di esprimere bisogni che vengono ascoltati e accolti. Il rifugio diventa un luogo accogliente, consolante: ha delle tende che possono creare privacy; ha delle candele per illuminarlo o lasciarlo con luce soffusa e delicata; ha una finestra da cui guardare l’esterno; ha un tepore; vi si può bere una tisana calda; si possono ritrovare immagini; si possono fissare momenti. La tristezza può essere depositata nel rifugio, ma è possibile andare a trovarla, prenderla per mano, uscire insieme a lei, riportarla a casa e poi dedicarsi ad altro.
Creare una casa per il dolore permette, dunque, di entrarvi, sapendo di poterne uscire; significa aprire e chiudere la porta; implica far visita al dolore, prendersene cura, coccolarlo.
È in questo incontro, in questo andare e venire, che si recuperano i ricordi, i momenti affettuosi; i gesti e le parole… tracce che si radicano e penetrano… il tempo torna a scorrere; il respiro diventa profondo; appare un sorriso che illumina; si può tornare nel modo sapendo che il dolore non sparisce, ma ci accompagna restando nella sua casa.

