I won’t cry, I won’t cry
No I won’t shed a tear
Just as long as you stand by me
Ben E King, Stand by me
Una mamma che lascia il suo bambino a scuola, la partenza per un viaggio, una trasferta di lavoro, un trasloco, il bacio della buona notte… La vita è piena di continui saluti: ci si allontana ogni giorno da chi ci è caro, per poi, solitamente, ritrovarlo.
In mezzo c’è il tempo della separazione: l’altro non è con noi, non ci sta accanto, è fisicamente lontano. In mezzo c’è lo spazio dell’assenza: il vuoto ci circonda, rimaniamo soli. Territori insidiosi, sospesi, non sempre facili da attraversare.
La solitudine del bambino. Da piccoli non si può star soli a lungo. La presenza dell’altro è una necessità: ciò di cui si ha bisogno viene dall’esterno. È la mamma che nutre, scalda, consola, abbraccia. La sua assenza fa disperare, angosciare, precipitare, frantumare. Ma il suo continuo andare e tornare, deposita dentro un’esperienza emotiva rassicurante: “l’altro non c’è ma non sparisce per sempre, sta via per un po’ e poi ritorna. E in sua assenza io continuo ad esistere, non vado in pezzi: aspettando sopravvivo”.
Il primo passo è quello di poter star soli in presenza dell’altro (Winnicott): la mamma è lì, non lontana, basta alzare lo sguardo per vederla. È occupata in qualche faccenda: sistema, legge, cucina, stira. Intanto il bambino gioca, si muove, esplora. Un’esperienza che fa da solo, resa possibile da una presenza silenziosa, che resta sullo sfondo. Col tempo il bambino diventa più capace di stare da solo in assenza dell’altro, senza sentirsi disperatamente solo. Al vuoto si sostituisce il tempo dell’attesa, la disperazione lascia posto alla fiducia. Fiducia nell’altro che non abbandona ma ritorna, che seppur lontano non dimentica, che nel suo viaggio ci porta un po’ con sé. Fiducia in noi stessi, sempre più capaci di farcela da soli, grazie a qualcosa che, da dentro, ci tiene compagnia.
Una solitudine “piena”. È così che lo stare da soli non rimanda unicamente ad un’assenza (essere SENZA l’altro), ma può anche riferirsi a una presenza (stare CON se stessi). Perché il mondo interno è un contenitore che può essere riempito, popolato da pensieri, affetti, memorie, immagini di sé, dell’altro e del legame che tiene insieme. Nella solitudine si è sostenuti da questo pieno interno, che accompagna, lenisce il vuoto, permette di stare nell’assenza.
Come scrive Pirandello, essere solo non significa stare senza gli altri, quanto “essere senza di me”. “…La solitudine non è mai con voi, è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno […], cessando ogni affermazione di voi, cessa l’intimità stessa della vostra coscienza.” (Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila).
L’assenza come strappo. Se al contrario, nel tempo, lo strato di fiducia interna non si è lentamente sedimentato, separarsi rimane un’esperienza dolorosa, a tratti catastrofica. Come uno strappo spalanca una ferita, come un taglio porta via una parte di sé. Il dubbio angoscioso avanza, diviene tarlo nella mente e crampo nello stomaco: e se non torna, se mi dimentica, se mi abbandona, se scompare? E se io crollo, esplodo, precipito, mi sgretolo? L’altro come un collante tiene insieme, sorregge, dà sostanza. La sua assenza è una mancanza che fa male, accorcia il fiato e innesca il panico. Non resta che rimanere appiccicati, evitare ogni distanza, riempire i tempi del distacco con messaggi tartassanti, pensieri ricorrenti, controlli ossessivi. Non si può concedere spazio, ogni autonomia divien minaccia; la bolla viscosa della fusione fa sentire più al sicuro. In alternativa si può cercare un sostituto, un “tappo momentaneo” che mette tacere l’urlo dell’assenza, che nega l’importanza di chi si è allontanato.
Reggere la solitudine. Solitudine e separazione sono più sopportabili quando ci si porta dentro l’immagine di un Altro affidabile (che torna, che rimane vivo al di là della distanza) e di un Sé pieno, capace di reggersi, di auto sostenersi.
Saper stare soli non significa rinunciare al piacere di stare con l’altro. Vuol dire creare relazioni dove la fiducia sta al posto del controllo e l’incontro sta al posto dell’unione appiccicosa, nella libertà di andare e venire, allontanarsi e avvicinarsi, separarsi e ritrovarsi.

