Il ritiro nella tana tra sollievo e pantano

Immaginiamo… una violenta tempesta: vento, pioggia, grandine e saette.
E noi là fuori, sotto lo scroscio incessante, che non dà tregua. Grosse gocce inzuppano, chicchi duri feriscono, cadono addosso pesanti, veloci, sferzanti. Nessuno scudo per proteggersi, nessuna arma per combattere. Restiamo lì scoperti, esposti alle intemperie, sentendoci piccoli, smarriti, sbagliati, bersagliati, doloranti, confusi. Inermi, nel mezzo della potente e beffarda bufera.
Poi, d’improvviso, un riparo. Una grotta ci offre il suo scuro ventre, capace di accogliere, capace di attutire. Finalmente tutto cessa, il tempo si ferma e si ricomincia a respirare.

In certi momenti il mondo, là fuori, appare proprio come un dirompente e violento temporale, che investe e frusta senza pietà. Una raffica continua, corrosiva, sotto cui non si può stare. Vien voglia allora di cercare un rifugio asciutto, una tana sicura in cui poter sostare e mettere al riparo le proprie delicate fragilità.
È quello che fa “il sognatore” di Dostoevskij, appartato nella propria stanza, lontano dal fluire della vita, “si stabilisce in un cantuccio inaccessibile, come se volesse nascondersi perfino dalla luce del giorno.” E lì resta acquattato, come “…un gatto infelice, maltrattato dai bambini, spaventato, infastidito in tutti i modi, perfidamente imprigionato, del tutto smarrito, che finalmente è riuscito a nascondersi sotto una sedia, al buio…” (Le notti bianche, F. Dostoevskij).  A volte basta solo un attimo, giusto il tempo per riprendere fiato, per far defluire la fatica che tutto d’un tratto sembra troppa, mentre le risorse troppo poche. Un’area di sosta per raccogliere le forze, fare rifornimento e poi riprendere il cammino. Altre volte serve invece un tempo lungo, dilatato, indefinito: le pareti di casa divengono una tana in cui tutto scorre lento, si muove appena. E la vita si congela. “Non avevo incubi, né passioni, né desideri, né dolori intensi … entrai in una realtà più strana, meno certa. Le giornate scivolavano via in modo obliquo, con pochi ricordi … tutto confluiva in un grigio, monotono viaggio aereo nelle nuvole.” (Ottessa Moshfegh, Il mio anno di riposo e oblio).
La tana viene “arredata” su misura, confortevole e familiare, diviene bolla dove tutto è conosciuto, rassicurante e morbido. La fantasia entra in scena per costruire le sue forme: un regno dove tutto è possibile e non esiste frustrazione. Il virtuale fa da balsamo, avvolge gli stimoli esterni, li attenua, li priva della potenza che accompagna l’impatto col reale. Così, smorzati e modulati, schiaffeggiano di meno e si fanno avvicinare.
Non c’è troppo da stupirsi che spesso siano i ragazzi a sentire il bisogno della tana, a cercarne il soffice torpore, ad accovacciarsi per un po’. In adolescenza tutto è cambiamento, nulla resta come prima, c’è da “rifondare un mondo” (Meltzer): le sicurezze del passato perse o abbandonate, la visione del futuro ancora avvolta nella nebbia, si vaga in un eterno presente sconquassato da bisogni, pulsioni e desideri tutti nuovi. Dubbi e domande su chi si è e su ciò che si diventerà, sentendosi sempre un po’ lontani da come si vorrebbe essere e da chi si vorrebbe avvicinare. E poi le scelte da fare, i risultati da ottenere, le amicizie da creare, i libri da studiare, il bisogno di piacere, l’angoscia di non riuscirci. Questi e molti altri chicchi di grandine colpiscono e si accaniscono sul corpo adolescente e sulla sua mente in tempesta. E allora fermi tutti, non ce la faccio, mi ritiro.
Non so indicare un evento specifico che mi aveva portato alla decisione di andare in letargo. All’inizio volevo solo … cancellare pensieri e giudizi perché con la loro raffica continua facevo fatica … Ero come un bambino appena nato: l’aria mi faceva male, la luce mi dava fastidio, i dettagli del mondo mi sembravano sgargianti e ostili.”  (Il mio anno di riposo e oblio, Moshfegh).
Dentro la tana una nebbiosa e sospesa protezione. Fuori dalla tana la tempesta imperversa senza sosta: le persone, gli impegni, il mondo, la vita.
Un mondo ostile, nemico, a volte ingiusto. Chiede, pretende, esige, bastona. Sfreccia come un treno in corsa dietro a cui non si può stare.
Un mondo alieno, estraneo, inaccessibile. Lo si guarda scorrere da un angolo, senza saper dove metter piede né come muover passi senza inciampo.
È un mondo arcigno, severo, critico e sprezzante. Fa sentire come pessimi attori illuminati da un riflettore, colti proprio nel momento dell’errore.
Il mondo è questo ed altro ancora, ma la tana inizia a diventar prigione; un pantano melmoso e stagnante, luogo del non tempo e della non vita. “… mi assalgono momenti di tale angoscia … In quei momenti io comincio già a credere che non sarò più capace di vivere una vita vera; mi sembra di aver perduto ogni connotazione, ogni senso della realtà, della verità … E intanto sento come intorno a me rintrona e gira la folla avvolta da un vortice di vita, odo, vedo come vive la gente …”. (Dostoevskij, Le notti bianche). Va trovato un modo per riaffacciarsi al mondo, per riprender contatto col flusso che sta attorno. E se il grande mondo appare “troppo per pensarlo tutto intero”, meglio forse iniziare da uno “spicchio”, un angolo riparato, dal solido terreno, su cui muover i propri incerti passi, senza rischiare di farsi troppo male.
Il “sognatore” di Dostoevskij esce dal suo guscio di solitudine quando incontra la giovane Nastenk’a, sola e vulnerabile nella bianca notte di Pietroburgo. La vede piangere nei pressi del canale e fuggire spaventata da un molestatore; dimentica così la sua impacciata inesperienza e si lancia in suo soccorso. Goffo e tremante sente di potersi avvicinare perché in lei non coglie una minaccia, non presagisce una ferita, non teme un giudizio. Si aspetta piuttosto di essere capito e accolto, proprio mentre, porgendole una mano, mostra di sé un lato buono e valoroso. “Certo, sono timido con le donne, sono agitato, non voglio negarlo, non meno di quanto lo siete stata voi quando quel signore vi ha spaventata…”. Può sbucare così dal suo timido cantuccio, presentarsi all’altro, creare un primo sorprendente legame. E nell’incontro ritrovar se stesso, scoprendo parti che nel buio della tana sarebbero rimaste mute, dimenticate, mai conosciute.

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