“Ti presento Sempronio”
“Piacere, sono Sempronio”
“Piacere!”
Piacere… insomma, piacere mica tanto… Qualcosa non torna in questa nuova conoscenza. Avverto un disagio, una tensione, un irrigidimento. Mi muovo di continuo, alla ricerca di alte posizioni, per riaggiustarmi, stare più comodo. Sto sudando, ma mani e naso son ghiaccioli. Arrivano segnali strani, che girano intorno, senza trovare il giusto posto. Provo a sciogliermi, ma dall’altra parte sento il freddo, come se stessi sbagliando qualcosa; ricomincio a trattenermi. Meglio battere in ritirata, attendere di capire meglio. Ma ciò che arriva non mi rassicura affatto, qualcosa si inceppa, non scorre, fa attrito. A dirla tutta, questa persona, “a pelle” proprio non mi piace…
Ecco un tentativo di mettere in parole ciò che formicola sulla pelle, durante un approccio che “non funziona”. Una sorta di fumetto, un sottotitolo, per dar voce a qualcosa che di solito resta verbalmente inespresso, ma fisicamente impresso. Si potrebbe anche fare l’opposto, cercando le parole che stanno sotto (o sopra…) un bell’incontro, un feeling immediato, un’attrazione a prima vista.
La pelle, un organo di senso che sta in superficie, ma è in rapporto stretto col profondo. Cosa ci suggerisce coi suoi sussurri?
La pelle ha un modo di conoscere e capire tutto suo, immediato, intuitivo, irrazionale; è impressione del corpo, non del pensiero, è brivido, battito, vibrazione, calore. Col suo filo diretto con istinti ed emozioni, offre modi di sentire e orientamenti per agire. Possiamo essere sfiorati da tocchi di velluto, che avvolgono morbidamente e ci invogliano a restare, oppure essere raschiati da contatti di carta vetro, che graffiano aspramente e ci preparano alla fuga.
Queste intuizioni epidermiche, di superficie, difficilmente mentono; contengono in sé la saggezza dell’istinto. Ci dicono che per qualche ragione non siamo al sicuro, non possiamo adagiarci, rilassarci, dobbiamo mantenere attenzione e vigilanza. Può trattarsi di un oscuro pericolo all’orizzonte, o anche solo di un piccolo sassolino nella scarpa, in ogni caso annusiamo nell’aria un fastidioso presagio.
Ma da dove viene questo sgradevole sentore?
Tutti noi, durante ogni nuovo incontro, non ci muoviamo alla cieca, ma siamo guidati da un insieme di aspettative, bisogni, timori, difese. Un “pacchetto emotivo” che si va a confezionare sin dalla prima infanzia, all’interno delle relazioni per noi più importanti. Siamo tutti dei “reduci”, che ci portiamo dentro modi diversi di stare con l’altro. Forme cicatrizzate, consolidate, rese nostre, che faranno da modello negli incontri a venire.
Accoglienze sbrigative, morbide, brusche, inglobanti, delicate; a ognuno il proprio modo di attendere sulla soglia, stringere la mano e ricevere il mondo. Ci portiamo sulla pelle recettori sensibili, pronti a rilasciare “certificati di conformità” a ciò che incontriamo e che ancora non conosciamo. Così sentiamo che qualcuno ci può stare comodamente accanto e “addosso”: ci risulta familiare, riconoscibile, confortevole; ci fa sentire a casa. Qualcun altro invece non ci calza affatto: come un vestito stretto, non tagliato su di noi, ci stringe e ci punge, mettendoci a disagio.
La pelle ci spinge verso superfici che accarezzano, forme che si adattano, contorni che combaciano, protuberanze che si incastrano coi nostri avvallamenti. Allo stesso modo la pelle respinge contatti irritanti, aspri, abrasivi, capaci di scombussolarci e renderci instabili.
Per capire cos’è quel qualcosa che non torna, che stride e prude come un’orticaria, dovremo, come al solito, guardarci dentro, con pazienza e con coraggio. Dare un’occhiata ai nostri bisogni e alle nostre paure e capire come l’altro ci si avvolge attorno o, al contrario, ci sbatte contro. Abbiamo forse bisogno che l’incontro avvenga sempre a una certa “temperatura emotiva”? Non tolleriamo tocchi troppo freddi o strette troppo calde?
Andiamo in ansia di fronte a stili fumosi e foschi? Qualsiasi opacità dell’altro scatena dubbi, sospetti, odore di minaccia?
Tremiamo di fronte a sguardi severi e giudicanti che, come radiografie, rilevano le nostre insicurezze?
Preferiamo impatti solidi e robusti per appoggiarci sopra la nostra malferma precarietà?
Insomma, cosa chiediamo agli altri di essere (o non essere) per noi? E perché?
Talvolta si creano echi e risonanze tra qualcosa di attuale e antiche memorie, come se chi ci sta di fronte riportasse sulla scena uno spiacevole frammento proveniente dal passato. È un’associazione inconscia, immediata, potenzialmente ingannevole. Solitamente svanisce se ci diamo il tempo per ristabilire una più giusta distinzione tra ciò che è stato e ciò che è.
Le prime impressioni sono tracce fiutate nel vento, dicono la verità, ma non la colgono nella sua interezza. Il pezzo mancante trova posto col tempo, grazie al pensiero e alla disponibilità a conoscere. I recettori della pelle sono capaci di captare la familiarità; distinguono ciò che per noi è facile, liscio e scorrevole da ciò che obbliga a risistemarci e creare adattamenti.
Andare oltre questa prima “annusata” significa darsi modo di avvicinare il “diverso”. Qualcosa di poco noto, che da una parte scombina e mette alla prova, ma dall’altra allarga il respiro e la visuale. Ci dona un nuovo sguardo sull’altro, al di là delle facili approssimazioni, e su noi stessi, col nostro modo unico di avvicinarci e creare legami.

