Quel trauma che è come un urto

Un urto che rompe
Camminavo per la mia strada, lungo la mia vita, con una dose sufficiente di serenità. Certo, in passato c’erano stati occasionali inciampi, a posteriori posso addirittura riconoscere alcune fragilità di base. Ma niente di più. O almeno, niente di eclatante secondo me.
Camminavo lungo la mia strada: pareva sufficientemente stabile e affidabile, prevedibile quanto basta. Più o meno come quella di tutti, no?
E poi, non so. Non so cosa sia successo. È collassato tutto, mi si è spaccata la mente.
Come se un treno (da fuori? da dentro?) mi avesse investito l’anima. Velocissimo, mostruoso, inaspettato. L’ha dilaniata.
Ma dov’erano le rotaie, perché non le ho viste? C’erano?
Ora sono a terra in posizione supina; i frammenti di me sparsi fuori da me.
Tutto il cielo sopra, tutto il mondo sopra, mi preme lo stomaco un sole spietato. Non posso alzarmi, ho le braccia allargate, i palmi delle mani rivolti verso l’alto, gli occhi sbarrati, non so gridare. Non sono più, io non sono più.

L’assetto è disorganizzato
Un evento singolo può avere un effetto traumatico. Ciò avviene quando l’angoscia supera la capacità della mente di fronteggiarla: troppa acqua dentro a un vaso, l’acqua straripa e al contempo spacca il vaso.
Accade un’inondazione di impotenza.
Esiste anche un genere diverso di traumatizzazione, più complesso: si sviluppa in risposta a piccoli eventi ripetuti che, considerati cumulativamente e retrospettivamente, determinano degli effetti patogeni. Ma oggi, qui, restiamo sul singolo evento traumatico.
Stiamo vivendo, la realtà corrisponde più o meno alla rappresentazione che noi ne abbiamo. All’improvviso però accade qualcosa di inaspettato.
Fa malissimo o genera angoscia; eccita troppo.
Una quantità di eccitazione psichica disorganizza il nostro precedente assetto; la trama rappresentativa che ci permetteva di assicurare a noi e al mondo una continuità dell’identità viene lacerata.

Ricostruire trame rappresentative
È lunga la strada, dopo.
Vacilliamo, ci gira la testa, sbagliamo direzione, ci guardiamo le mani e non le riconosciamo; siamo confusi, stanchissimi, disorientati. C’è bisogno di sedersi, di chiudere spesso gli occhi, di fermare.
La sensazione è quella di una rottura, c’è un prima e c’è un dopo. E c’è l’indecifrabile.
Cosa possiamo fare di quel buco nero, che solo a guardarlo fa venire le vertigini? Lì dentro non capiamo, non ci riconosciamo, non ci orientiamo; lì dentro è La Catastrofe.
Si tratta allora forse di prendere da terra, uno per volta, adagio, qualcuno dei pezzetti della nostra mente e di riportarlo all’interno dei nostri confini. Si tratta di lenire la pelle ai margini della ferita, di mettere qualche punto di sutura che aiuti a costruire una nuova trama rappresentativa di noi e di noi nel mondo. Si tratta di provare a costruire una narrazione che possa includere l’evento traumatico: dobbiamo trovargli un posto, anche per impedire che si riattualizzi continuamente.
E poi, si tratta di provare a camminare, nonostante questa nuova insicurezza, potente e a tratti soverchiante, questo diffuso stato di allarme che prima non sapevamo esistesse.

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